Progetto “Diamo la parola ai testimoni”

l’intervento di Tommaso Greco al Liceo Salutati

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da Segreteria

del venerdì, 30 gennaio 2026

Il Liceo Salutati  ha avviato il primo degli incontri di un percorso formativo afferente all'area disciplinare di “Educazione alla Pace e alla Legalità” previsto dal Progetto "Diamo la parola ai Testimoni". Gli allievi delle classi 4^ BLES, 4^ ALS, 4^ BLS, 5^ ALES, coordinati dalla docente Iolanda Cosentino, mercoledì 28 gennaio hanno preso parte alla presentazione del libro di Tommaso Greco,  professore ordinario di Filosofia  del diritto presso il Dipartimento di Giurisprudenza dell'università di Pisa e direttore del centro Interdipartimentale di bioetica. L'iniziativa, aperta anche alla cittadinanza, ha dato voce alla Critica della ragione bellica (Laterza) attraverso una lettura verticale e trasversale operata dagli alunni e condivisa con l’autore. Non si tratta soltanto un libro contro la guerra: è un’operazione intellettuale più ambiziosa, che mira a smontare l’architettura teorica e culturale che rende il conflitto pensabile come destino, come necessità,  come narrazione, perfino come forma di lucidità politica. Greco individua nel lessico pubblico contemporaneo un sintomo allarmante: la guerra non è più l’extrema ratio, ma il paradigma implicito attraverso cui si interpreta la realtà. “Realismo”, oggi, sembra voler dire rassegnazione alla forza, adattamento a una presunta natura conflittuale dell’uomo e degli Stati. È proprio questo automatismo che l’autore decide di incrinare, partendo da una tesi tanto semplice quanto dirompente: l’essere umano non è originariamente bellicoso. Qui il saggio compie il suo primo, decisivo rovesciamento. La pace — intesa non come parentesi tra due guerre, ma come disposizione relazionale, come riconoscimento dell’altro e interesse reciproco — non sarebbe un traguardo remoto e fragile, bensì la condizione primaria dell’uomo. In tal modo Greco mette in discussione una lunga tradizione del pensiero occidentale che, da Hobbes in poi, ha immaginato lo stato di natura come una “guerra di tutti contro tutti”. L’idea dell’homo homini lupus, secondo cui solo una rigida struttura coercitiva impedirebbe agli uomini di distruggersi a vicenda, viene trattata per ciò che è: una costruzione teorica divenuta dogma culturale. Non una descrizione neutra, ma una lente che finisce per deformare ciò che pretende di spiegare.

Un momento di particolare densità intellettuale si è registrato quando gli alunni, avendo preso in esame l’intera architettura del volume, hanno mostrato di averne colto non soltanto l’orditura argomentativa, ma la tensione etica sottesa, concentrando le loro domande su un nodo filosofico decisivo: lo smontaggio della logica del determinismo bellico. È emersa con chiarezza la volontà di interrogare l’idea — antica e sempre risorgente — secondo cui la guerra costituirebbe un esito inevitabile della natura umana o delle dinamiche storiche. Proprio su questo punto gli studenti hanno chiamato in causa Hobbes, evocando il celebre bellum omnium contra omnes, ma non per accoglierlo come sentenza definitiva, bensì per metterne in discussione l’assunzione antropologica di fondo: se lo stato di natura sia conflitto, destino, o si tratti piuttosto di una costruzione teorica funzionale a legittimare un certo modello di sovranità? La domanda, posta con notevole finezza, ha spinto la riflessione verso il passaggio dalla descrizione alla prescrizione: ciò che è stato pensato come “naturale” può e deve essere sottoposto a vaglio critico. In questa linea si è inserito il riferimento al pacifismo giuridico di Kant, che gli studenti hanno riconosciuto come autentica svolta epistemologica prima ancora che politica. Nella Pace perpetua la guerra non è un destino, ma un problema di diritto: la pace non coincide con l’assenza provvisoria di conflitti, bensì con un ordine giuridico capace di sottrarre la violenza all’arbitrio. È qui che alcuni interventi hanno proposto, con sorprendente maturità, una vera e propria “cifra kantiana” applicata al testo di Greco: leggere la pace non come sentimento o aspirazione morale, ma come struttura normativa, come orizzonte regolativo che orienta l’azione storica pur senza mai esaurirsi in essa. Su questa scia si è collocato il richiamo a Kelsen, e alla sua idea di un ordinamento giuridico internazionale come progressivo superamento della sovranità assoluta degli Stati: la guerra, da fatto “politico”, diviene così violazione dell’ordine giuridico. Parallelamente, la menzione di Althusius ha aperto uno scenario meno consueto ma fecondissimo: la concezione consociativa del potere, fondata su patti e corpi intermedi, è stata letta come modello alternativo alla verticalità conflittuale dello Stato moderno, quasi un’anticipazione di forme di convivenza capaci di disinnescare alla radice la logica amico-nemico. Di grande efficacia è stato poi l’innesto letterario, che ha conferito spessore simbolico al discorso teorico. La figura della metà benevola e della metà maligna del Visconte dimezzato di Calvino è stata proposta come potente allegoria dell’umanità scissa: la guerra nasce anche da questa lacerazione interiore, dalla perdita di un’unità etica. Allo stesso modo, Remarque, con Niente di nuovo sul fronte occidentale, è stato evocato come testimonianza radicale della dissoluzione di ogni retorica eroica: la guerra non appare come teatro di gloria, ma come meccanismo impersonale che macina corpi e coscienze, smascherando l’inganno del determinismo bellico nella sua nudità disumana. Da questo intreccio di filosofia, diritto e letteratura è scaturita, quasi naturalmente, l’idea — formulata da più studenti — di una nuova epistemologia della pace. Non più sapere ancillare, relegato alla sfera dei buoni sentimenti, ma campo di conoscenza autonomo, capace di indagare le condizioni di possibilità della convivenza, i dispositivi giuridici, le rappresentazioni simboliche e le strutture mentali che rendono pensabile — o impensabile — la guerra. In tale prospettiva, la pace diventa oggetto di sapere rigoroso tanto quanto il conflitto lo è stato per secoli. Il confronto con Greco si è così trasformato in un laboratorio di pensiero critico, nel quale gli studenti hanno mostrato di saper attraversare i testi, metterli in relazione e, soprattutto, sottrarre l’idea di guerra al fatalismo, restituendola alla responsabilità storica e giuridica dell’uomo. Ed è forse questo il segno più promettente: quando la cultura non giustifica ciò che è sempre stato, ma apre lo spazio di ciò che può — e deve — essere altrimenti. Il cuore teorico del volume si colloca nell’orizzonte del pacifismo giuridico, riletto anche alla luce della lezione di Norberto Bobbio. Il celebre motto si vis pacem, para bellum viene capovolto in un più esigente si vis pacem, para pacem: se vuoi la pace, prepara la pace. Non si tratta di un gioco di parole, ma di un mutamento di paradigma. La pace, in questa prospettiva, non è una tregua precaria garantita dall’equilibrio delle armi, bensì il fondamento stesso delle scelte politiche e istituzionali. È un progetto da costruire, non un intervallo da difendere. Da qui deriva l’insistenza sul rafforzamento degli ordinamenti sovranazionali. Organismi come l’ONU o l’Unione europea — nata, non a caso, sulle macerie di due guerre mondiali e contro la logica dei confini armati — vengono descritti come laboratori imperfetti ma indispensabili. Non modelli compiuti, bensì cantieri aperti, che testimoniano la possibilità di sottrarre la gestione dei conflitti alla pura logica della sovranità armata. In filigrana si sente la domanda più scomoda: può il diritto sopravvivere se accettiamo che la violenza sia una via ordinaria di soluzione dei conflitti? È una domanda grande, forse più grande di questi giovanissimi studenti, ma è proprio così che si cresce: misurandosi con questioni che eccedono la propria età. In definitiva, quelle domande mostrano che la scuola, quando funziona, non produce soltanto informazione, ma coscienze che non si accontentano delle formule. E in tempi in cui il linguaggio bellico torna a farsi quotidiano, non è poco: è, anzi, una piccola forma di resistenza civile, la stessa forma di resistenza che ha visto il termine “fiducia” essere la parola chiave dell’anno appena trascorso, il 2025.

 

Maria Giuseppina Grilli 

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