Conversazioni al Salutati, quarta edizione: abitare il futuro come sfida e deriva

Conversazioni al Salutati

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da Segreteria

del mercoledì, 15 aprile 2026

Conversazioni al Salutati, quarta edizione:  abitare il futuro come sfida e deriva

 

Aprire la quarta edizione delle Conversazioni al Salutati significa accettare una sfida antica e inesauribile: interrogare il tempo  e in particolare quella sua dimensione che più di ogni altra si sottrae alla presa, il futuro.Il titolo che guida questa edizione, “Dove va il futuro? Prospettive sul ‘non ancora’ fra arte e scienza”, non si limita a porre una domanda. Insinua un dubbio, evoca una tensione, chiama in causa una responsabilità. Perché interrogare il futuro significa, inevitabilmente, interrogare il presente. Non il tempo che scorre e si misura, ma quello che sfugge, che si sottrae a ogni definizione — il futuro. Nelle finestre tematiche inaugurate dagli interventi dei docenti Coppola, Villanis Ziani, Cappelli e Vitali  insieme agli studenti: Martina Pellegrini, Alessio Grassi, Andrea Ferretti, Giulia Carrara, Sara Noemi Lenzi, Azzurra Tognozzi, Ginevra Scali, Leone Brancolini sono state contemplate alcune tra le coordinate spazio-temporali più significative.  Ad ospitare questa “due giorni” di interventi la sala Conferenze del Museo della città e del territorio di Monsummano Terme nelle giornate del 9 e del 10 aprile. Il professor Coppola  ha proposto una visione del futuro non come qualcosa di già scritto, ma come insieme di possibilità latenti già presenti nel nostro tempo. Parla di “possibili adiacenti”: scenari che i sistemi viventi, dalla biologia alla politica, portano con sé e che guidano le scelte. L’anticipazione, quindi, non è semplice previsione statistica, ma una vera e propria postura cognitiva e pratica. Il suo intervento introduce gli Anticipation Studies, campo di ricerca multidisciplinare che studia proprio queste dinamiche, e si sviluppa attraverso due approfondimenti: il ruolo dell’antropologia, attenta ai modi culturali con cui si costruiscono i futuri, sempre plurali e l’analisi della Simulmatics, società americana  che, negli anni Sessanta,  tentò di prevedere il comportamento umano con modelli computazionali, mostrando i limiti della previsione e la necessità di una razionalità capace di orientarsi tra le possibilità del presente. Villanis Ziani e suoi studenti hanno posto al centro il “grande salto”, il passaggio epocale da un’idea di tempo assoluta a una concezione relativa, inscritta in una visione quadridimensionale del mondo fisico. Un cambio di paradigma che non è soltanto scientifico, ma culturale. La natura non euclidea dello spazio-tempo, analizzata insieme agli studenti, diventa così chiave di accesso a un modo diverso di abitare la realtà. Ne emerge un quadro che non offre certezze, ma apre possibilità. Una vera e propria ucronia, un tempo alternativo che “non segue rotta ma deriva”. È da qui che riparte la seconda giornata nella quale si continua a perpetuare il fine delle Conversazioni al Salutati: costruire un confronto intergenerazionale tra studenti e docenti. Un luogo in cui arte, letteratura, filosofia e scienza smettono di essere territori separati per diventare strumenti complementari nella lettura del mondo. E forse è proprio in questa tensione, in questa deriva condivisa, che il futuro — pur restando inafferrabile — comincia a prendere forma. L’intervento della prof. Cappelli parte dal XVII canto del Paradiso e  riflette sul significato profondo dell’espressione dantesca “s’infutura la tua vita”, interpretata come una vera svolta concettuale: il futuro non è semplice progresso cronologico, ma, per Dante pellegrino nel mondo ultraterreno, dimensione già inscritta nell’eterno. Nel dialogo con  il trisavolo Cacciaguida, Dante comprende il proprio destino non come incertezza, ma come parte di un disegno provvidenziale che dà senso anche al dolore. Ne emerge una visione in cui il tempo umano, frammentato,  prevedibile, riconducibile alla banalità del “poi” si ricompone nella prospettiva divina, dove tutto è già presente: il futuro diventa così non attesa, ma rivelazione. Nell’intervento di Vitali non manca un riferimento a Leonardo che nelle sue visioni progettuali aveva già preconizzato quanto poi sarebbe stato; presenti anche i riferimenti ad altri personaggi della cultura e dell’arte che in qualche modo hanno contribuito ad apparecchiare una visione "futuribile". Tra questi, Pierpaolo Pasolini, allievo di Longhi che in più di un'opera cita, seguendo la lezione longhiana, illustri maestri del panorama artistico italiano. Viene  presentato poi  il Futurismo come un’ideologia del nuovo, che esalta il divenire fino a mettere in discussione il passato. Tuttavia, soprattutto nell’architettura di Sant’Elia, preceduto dalle visioni prospettiche di Boullèe, emerge non solo una spinta distruttiva ma  un magma progettuale deflagrante: la città futurista diventa un’utopia concreta, pensata per un’umanità nuova, veloce, proiettata verso il domani. Il futuro appare così come qualcosa di plasmabile. Resta però un’ambiguità: anche nella rottura più radicale, il Futurismo continua a esprimere un impulso umano universale, quello di superare il presente e immaginare nuovi orizzonti, rimanendo in continuità con la tensione utopica propria di ogni epoca. A trarre le conclusioni di queste due giornate, Paolo Santè che attraverso un’indagine sulle matrici etimologiche di alcuni lemmi evocati nelle due giornate e una magistrale sintesi operata alla luce di tutti gli interventi ascoltati, perviene alla conclusione che l’idea di futuro è già contenuta nella sua origine lessicale e semantica. E se è vero, come suggerisce Dante, che la nostra vita “si infutura”, allora il compito che spetta all’uomo non è soltanto quello di prevedere il domani, ma di comprenderne il significato, di abitarlo con consapevolezza, di orientarlo — per quanto possibile — verso forme “più alte” di umanità.

Maria Giuseppina Grilli